Scritto da Alessandro Bonatti aka Slump
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27 Gennaio 2006
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Musica
E’ possibile dare diverse definizioni di rap: capacità si scandire a tempo parole in rima; rap-portare la voce all’incedere inarrestabile di un ritmo continuo; forma di comunicazione diretta e musicale che si sviluppa come compromesso tra la pura elaborazione formale e l’esplicitazione di un contenuto, tra l’immediatezza espositiva e l’esercizio di stile.
PRESUPPOSTI STORICI E PRONTUARIO TERMINOLOGICO
Sin dalle sue peculiari modalità di attuazione, caratterizzate da un impetuoso fluire cadenzato di vocaboli su una base musicale, il rap si presenta come una modalità di rottura, come un tentativo di sovvertire i canoni di canzone tradizionale per attirare su di sé l’attenzione dell’uditore. Il rap nasce da una sorta di “mediazione istintiva” tra un tipo di prosa colloquiale ed informale tipica del linguaggio di strada e le costruzioni metriche e sintattiche tipiche della poesia e di forme di oralità particolarmente complesse che privilegiano l’esercizio della memoria e dell’improvvisazione. Esempi di questo tipo di oralità sono rintracciabili nella lunga storia culturale dei neri americani: da un lato in alcuni generi musicali ormai universalmente considerati colti come il jazz (vedi ad es. lo scat con il suo spelling acrobatico o il free-jazz) ed il blues, con il suo patrimonio annesso costituito dagli spirituals e dai canti di lavoro degli schiavi; d’altro lato in una serie di espressioni verbali tipiche della strada come i dozen ed il signifyin’. I dozen erano delle gare verbali tra i giovani neri dei quartieri poveri e la competizione consisteva nell’inventare al momento degli insulti in rima contro l’avversario, chiamato a sua volta a rispondere nelle stesse modalità, servendosi di metafore spesso particolarmente ardite e complesse. I dozen rappresentavano dunque la riproduzione della conflittualità e degli scontri frequenti nelle strade ma allo stesso tempo svuotandoli della carica violenta, poichè si limitavano alle parole. Il signifyin’ era invece un esercizio consistente nel riferire a memoria una serie di storielle costruite metricamente. La padronanza di tale materia verbale, non sempre facile da ricordare per la sua complessità formale, rappresentava una dimostrazione di valore e permetteva di ottenere un certo prestigio tra i pari. Non si può non vedere un forte nesso fra queste forme di oralità, caratterizzate da un continuo esercizio sia della memoria che delle capacità improvvisative, e una delle componenti più praticate dell’hip-hop, ovvero il freestyle.
Il freestyle è la tecnica che consiste nell’improvvisare rime, con o senza accompagnamento ritmico, ed alla quale alcuni rapper devono la propria notorietà, trattandosi di una performance che implica una notevole abilità nell’inserire al momento opportuno le parole necessarie alla chiusura della rima. L’improvvisazione è il momento in cui chi tiene in mano il microfono dà libero sfogo al linguaggio gergale della sua zona o comunque al suo personale modo di esprimersi, potendo così attingere da un patrimonio in continua evoluzione di termini ed espressioni che ne determinano lo stile e quindi la riconoscibilità. Formule di questo tipo, una volta fatte proprie, aiutano il rapper a rendere più fluido il proprio freestyle particolarizzandolo in senso originale (creazione dello stile) e funzionando da collante tra i differenti versi. Il freestyle rappresenta il teatro della sfida per i rapper o gli aspiranti tali, che su questo campo si guadagnano il rispetto dei personaggi più noti e l’attenzione dell’audience dei b-boys. Le modalità della competizione (contest) sono semplici, in totale aderenza con lo spirito povero e genuino che l’animava ai tempi della prima generazione hip-hop, la cosiddetta old-school. Gli strumenti sono tre: giradischi e mixer governati dal DJ ed il microfono che gira a turno tra i rapper desiderosi di intervenire. La sfida vera e propria si svolge tra due, chiamati a rimare alternativamente su strofe sempre più corte, fino ad arrivare a completare il verso iniziato dall’avversario. L’attitudine all’improvvisazione contribuisce inoltre, assieme ad altri parametri come la presenza scenica, il carisma, la capacità di accentrare su di sé l’attenzione, a distinguere tra il semplice rapper e l’MC. Quest’ultimo è il cosiddetto ‘master of ceremonies’ o anche ‘mic controller’, ovvero colui che unisce le doti di rapper a quelle di intrattenitore, colui che riesce ad animare al meglio il party con l’ausilio del solo microfono.
Alcuni link d’approfondimento su carta, audio e video:
-Amiri Baraka (Leroi Jones), Il popolo del Blues. Milano, Shake
-Brian Cross, Hip-hop a Los Angeles. Rap e rivolta sociale. Milano, Shake, 1998
-Freestyle: the Art of Rhyme, di DJ Organic. USA, 1994 (Dvd)
-Freestyle Fellowship, To whom it may concern. Sun, 1991 (CD)
-Ghost Dog, di Jim Jarmush. USA, 1999
-The Last Poets, The Last Poets. Douglas, 1970 (CD)
-David Toop, Storia di una musica nera. EDT, Torino, 1992
-Slam, di Marc Levin. USA, 1998
-Wild Style, di Charlie Ahearn. USA, 1982
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